Ho pensato e riflettuto un bel po' in questi giorni... diciamo che questa è una cosa che non ho mai fatto leggere a nessuno e mi sono reso conto che non è un bene, perchè nessuno mi ha mai fatto qualche critica (della quale ho bisogno come sprone per andare avanti). Quindi, ecco.... se riuscite a leggere sto papiro ditemi cosa c'è che non va:
L’ombra della notte avvolgeva la città, quietandone i rumori nel sordo brusio dei lampioni elettrici che avvolgevano le strade del loro freddo chiarore. Appena più in là una macchina sfrecciò a folle velocità sull’incrocio, lanciando dietro di sé l’eco delle gomme sull’asfalto. Poi più nulla.
Ma nella stanza, le persiane non completamente abbassate, il rumore giunse ovattato e distante, come appartenente ad un altro mondo. Lì dentro potevano giungere soltanto sottili lame di luce elettrica che illuminavano fiocamente la parete e di riflesso il pavimento, mentre un respiro sottile scandiva il passare del tempo, un secondo interminabile dopo l’altro. Qualcosa si mosse con impazienza, rivelando alla luce esterna due occhi verdi in un viso acerbo da ragazzina; il volto tirato e pallido. In quel silenzio innaturale i pensieri la stavano schiacciando sotto il peso intollerabile della solitudine; proprio perché non c’era nessuno né dentro la stanza, né fuori, che potesse aiutarla ad affrontarli e sconfiggerli. Lì dentro con lei c’erano soltanto parole che non avrebbe voluto mai dire e neppure ricordare.
«Lara, c’è qualcosa che non va, forse?»
Sua madre era di nuovo seduta davanti a lei, ansiosa di ottenere una risposta. Capiva che avrebbe potuto dirle la verità, ma sarebbe stato troppo difficile liberarsi dal peso che teneva dentro per chiedere un qualsiasi aiuto. Era come se avvertisse chiaramente le pareti della prigione nella quale era rinchiusa ed allo stesso tempo misurasse un terrore profondo ed immotivato per la semplice possibilità di liberarsene. Non voleva cercare aiuto proprio perché aveva paura di poterlo trovare.
«Niente, non mi sento troppo bene.» aveva risposto tutto d’un fiato, col terrore ed insieme la speranza che sua madre potesse leggerle negli occhi la bugia.
«È tardi ormai, vai a letto. Un buon sonno ti farà sicuramente stare meglio.» le suggerì, preoccupata.
Si alzò dalla sedia, volando quasi verso la sua camera, con una strana sensazione di esultanza per averla fatta franca, ma insieme anche la disperazione di non poter cercare aiuto.
«Lara?»
Si voltò, sentendo il suo nome e l’esultanza scomparve in una vampata di rossore che le salì al volto. Si sforzò di non far tremare la voce e rispose: «Si, mamma?»
«Buonanotte.» le sussurrò sua madre, ma per un istante lei ebbe l’impressione che avesse voluto dire qualcos’altro. Le sorrise, un sorriso acido e falso che le salì alla bocca, disgustandola profondamente nella sua falsità. Il ricordo si affievolì nel presente, nell’oscurità della stanza vuota, riempita soltanto dalla sua solitudine.
La odiava ora, come tutti gli altri, ma ancora di più per non averla capita mai fino in fondo. Soprattutto perchè lei era l’ultimo legame che le fosse rimasto con la realtà. Era iniziato tutto alcuni mesi prima, quando aveva avvertito per la prima volta quella paura cieca ed indescrivibile che le gelava le ossa. Poteva essere da sola, oppure in mezzo alla folla ed ecco che improvvisamente sentiva sopra di sé il peso di un’orribile minaccia. Questo anche se nel cielo il sole continuava a brillare come prima e le persone attorno a lei non avvertivano nulla, se non il suo profondo disagio. Una nube oscura passava su di lei, lei soltanto, lasciandole la promessa che sarebbe tornata…molto presto. Ed ultimamente tornava sempre più spesso.
Era stato allora che aveva cominciato ad isolarsi sempre di più; dato che gli altri non potevano sentire quello che lei sentiva e neppure capirlo meglio di quanto lei facesse. Non voleva i loro sguardi di compatimento, ma desiderava un aiuto che non potevano darle. Apparentemente tutto era come prima: aveva sempre avuto pochissimi amici ed a casa c’era stata solo sua madre. Nell’ultimo periodo però non si erano neppure parlate granchè, tra il lavoro e lo studio che riempivano le loro scialbe giornate. Era stato facile quindi allontanarsi anche da lei, recidendo giorno dopo giorno legami già deboli, fino a quando non le era rimasto nulla. Ed ora?
Tra poche ore sua madre si sarebbe svegliata per andare al lavoro e l’avrebbe trovata ancora seduta su quel divano; allora non sarebbe più bastato un sorriso per metterla a tacere. Il terrore crebbe dentro di lei, proprio perché alla fine non sopportava il pensiero di poter mostrare tutto l’odio e la paura che covava dentro di sè da troppo tempo. Sentimenti che non avevano neppure un padre sul quale sfogarsi; un padre che non c’era mai stato neppure lui, scappato prima di poter essere incluso nei ricordi sfocati della prima infanzia. Per il resto non un accenno, non una parola che una simile persona potesse essere mai esistita, solo silenzi in risposta alle sue domande.
Sorrise della propria ingenuità con una sorta di cinismo, come se tutto questo potesse giustificare quello che provava adesso. Quasi in preda alla schizofrenia non poteva fare a meno di provare sempre più quel freddo, cieco panico, nel quale non si riconosceva.
Uno strano pensiero le attraversò la mente. Lo considerò un attimo, indecisa, mentre qualcosa dentro di lei le ingiungeva istericamente di alzarsi subito e scappare. E così fece, senza rifletterci più di tanto, raccogliendo in uno zainetto solo alcune cose alla rinfusa: vestiti, un po’ di soldi, qualcosa da mangiare. Addosso aveva poche cose senza valore: una collanina, qualche anello di plastica, pochi soldi. Ma non importava.
La porta d’ingresso si chiuse dietro di lei con uno scatto secco, spezzando l’ultimo legame che ancora la legava a quella casa e facendola voltare indietro di scatto per paura che qualcuno potesse aver sentito. Non aveva preso le chiavi con sè. Ma nessuno si era accorto di nulla. Con il cuore in gola per l’agitazione accelerò il passo sulla strada deserta; allontanandosi il più rapidamente possibile da casa, come se in essa vi fosse l’origine di tutte le sue paure ed angosce. Eppure ogni tanto si girava indietro colla strana impressione che ora qualcuno o qualcosa la stesse inseguendo, senza lasciarla un attimo…si mise a correre ed il sospetto divenne certezza, anche se non vi era altro rumore di quello provocato dal pulsare nel sangue nelle sue orecchie. Continuò a correre trascinata dal panico, urtando le persone che camminavano per conto loro finchè non ebbe il fiato corto ed allora fu costretta a fermarsi esausta. Qualsiasi cosa la inseguisse era ancora là dietro di lei, sempre più vicina. Lo sapeva. Appoggiandosi alla parete esterna di una casa abbandonata si guardò intorno per capire dove fosse finita: attorno a lei c’era solo silenzio, reso se possibile più minaccioso dalle facciate cadenti ed ingombre di vecchi manifesti laceri. Dove si trovava? Soffocò a malapena le lacrime amare che le salivano agli occhi, rendendosi conto di quanto fosse stata stupida. Nel buio lì attorno non c’era nessuno che la inseguisse. Nulla. Assolutamente nulla che giustificasse le sue paure. Avrebbe fatto meglio a ripercorrere i propri passi e tornare a casa, lasciandosi tutto alle spalle: ma adesso non poteva. Perchè aveva di nuovo paura. Una paura raggelante che la bloccò...
Era opprimente come un incubo, sotto forma di una sensazione che la blandiva, mettendola in guardia da un pericolo che non vedeva e tanto meno poteva ancora capire. Nell’incalzante marea di panico che minacciava di travolgerla riuscì d’un tratto a riscuotersi e capì di essere ormai completamente sola, in un luogo a lei assolutamente sconosciuto e senza la più pallida idea di dove poter trascorrere le ultime ore della notte. Immediatamente si pentì di aver agito d’istinto: forse non era troppo tardi, poteva ancora tornare indietro e raccontare tutto a sua madre… Doveva tornare indietro!
No! Non era fuggita per affrontare la sua delusione, per provare odio verso l’unica persona che avrebbe dovuto ancora amare. Era sua madre! Eppure provò orrore al pensare potesse conoscere quali fossero i suoi reali pensieri. Era fuggita colla certezza che non li avrebbe capiti e pertanto non l’avrebbe mai aiutata. Soprattutto era fuggita perché non c’era possibilità di ritorno. Ma ora si pentì di non aver neppure provato mai a cercare veramente il suo aiuto..
Colla forza della disperazione provò di nuovo a guardarsi intorno alla ricerca di un posto dove passare la notte, ma non ne trovò. Né le sarebbe servito, anzi fra poche ore non le sarebbe importato più di nulla. Si riscosse, cercando faticosamente di capire cosa avesse appena pensato, terrorizzata dalla certezza di non essere stata lei a farlo. Quel pensiero veniva da fuori, ma non da lei. Perché era scappata di casa senza nemmeno preoccuparsi di dove sarebbe andata? Non le rimaneva molto tempo…ma per cosa? Scosse la testa con rabbia ed uscì da quella sorta di trance nella quale era appena precipitata. Capì di essersi addormentata e lentamente fece il giro dell’isolato, cercando follemente una porta aperta tra le tante bloccate da grossi catenacci arrugginiti in quel quartiere deserto. Visto che sulla via centrale non ve n’erano girò in uno stretto vicolo deserto, ma fatti pochi passi si bloccò. All’improvviso ebbe di nuovo la certezza di essere seguita, ma questa volta era inutile cercare di scappare. Fu presa ancora nella morsa del panico e si abbandonò completamente stavolta, troppo stanca per poter reagire, i piedi bloccati a terra ed i muscoli irrigiditi. Persino l’aria parve farsi d’un tratto più fredda del normale; anzi, nella tiepida notte d’inizio estate, si alzò nel vicolo un soffio gelido che la investì in pieno, dandole un brivido. Perché non poteva fuggire?
Nel silenzio l’incubo la ghermì mentre l’aria si lacerava davanti a lei e dal nulla un frammento di oscurità cadde pesantemente a terra a pochi metri da lei. L’aria le venne a mancare mentre annaspava nel panico. Sapeva che avrebbe dovuto immediatamente fuggire. Sapeva che qualsiasi cosa fosse, quello era il suo inseguitore. Sapeva soltanto, ma non poteva assolutamente muoversi. Così rimase ferma, aspettando di distinguere qualcosa nel buio. Ma qualsiasi cosa fosse non la poteva ancora vedere, ma soltanto sentire strisciare lontano da lei e poi fermarsi.
Magari era solo un gatto.
No, non poteva essere un semplice gatto. Rabbrividì pensandolo, ma ancora di più nel rendersi conto di avere una vaga idea di che cosa fosse, senza averla vista. La scoperta le gelò il sangue nelle vene. Ed all’improvviso qualcosa la assalì, prendendola completamente di sorpresa: perchè era una voce, ninte più di un sussurro dentro di lei. Com’era possibile? Chi le stava parlando? Cercò di schiacciarla e soffocarla, ma quella guizzò via dal suo fragile autocontrollo, incurante dei suoi inutili sforzi.
Non combattermi.
La voce continuava con insistenza e con forza, insinuandosi profondamente dentro di lei. Promettendole che se le avesse dato retta ogni sua paura sarebbe svanita. Se avesse accettato spontaneamente non le sarebbe accaduto nulla di male. Doveva lasciarsi andare, doveva fidarsi.
Per un istante fu tentata di farlo, tale era l forza persuasiva di quella cosa. In un istante rischiò di perdersi. Ebbe la sensazione che sarebbe stata finalmente al sicuro, bastava poco…sarebbe tutto finito bene. Non avrebbe più avuto paura, non avrebbe più provato odio, più nulla. Cominciò ad affondare in quelle promesse, sentendosi per la prima volta protetta. Ma se non fosse stato vero? Di chi doveva fidarsi? Era come se all’ultimo istante la sua coscienza assopita si fosse svegliata ed avesse incominciato a strillare istericamente. Ma non poteva fare più niente ora…era naturale che si lasciasse andare…non poteva fare nient’altro. Si lasciò guidare dalla voce: doveva camminare ora ed andare incontro al proprio destino. Vi fu un lampo di calore dentro di lei e dolore. Aprì gli occhi e con terrore si accorse di essersi avvicinata troppo a quella cosa. Tanto da poter essere assalita. L’istinto la buttò a terra un attimo prima che la cosa balzasse alla sua gola. I lunghi artigli la mancarono solo di pochi millimetri. Ancora a terra, si voltò, pronta ad affrontare un nuovo attacco. Questa volta la vide.
La vista di quella cosa illuminata fiocamente dalla luce elettrica in fondo al vicolo le tolse però ogni speranza. Cos’era quella cosa? Ricordava lontanamente un cane, ma l’orribile ghigno deforme era ben lontano dal peggiore degli incubi, le ossa sporgevano dal pelo ispido come lance, mentre gli occhi, se potevano essere chiamati tali, brillavano malignamente. Camminava goffamente su delle zampe dotate di artigli spropositati. Ma in realtà i suoi movimenti erano troppo fluidi e veloci. Lara rotolò goffamente sullo zaino e sentì subito gli artigli lacerarle la pelle. Era stata troppo lenta. Quella cosa era mortalmente reale!
Provò ad alzarsi da terra, ma la spalla le faceva troppo male ora e quell’orribile mostro era già davanti a lei, pronto ad attaccare di nuovo non appena si fosse mossa. In quell’istante avrebbe dovuto provare ancora panico, terrore forse. Invece non provava nulla. Fissava quella cosa, tesa davanti a lei, sicura che adesso sarebbe scattata, dritta verso la sua gola. Invece lentamente qualcos’altro si impossessò di lei, ma non una voce, stavolta. Era una rabbia a lei estranea che non poteva più controllare. Aveva covato a lungo nella sua rabbia e nella sua disperazione. Soltanto ora non poteva più trattenerla. Stava per mettersi a piangere.
E la luce esplose in quello stretto vicolo, lasciandola senza fiato, mentre illuminava l’oscurità di un bagliore accecante: le case abbandonate, le porte marce ed il cielo, tutto scomparve all’improvviso. Rimase solo quell’essere mostruoso che arretrava ora davanti a lei. La luce si riversò senza pietà dentro quel groviglio di ossa e muscoli polverizzandoli in un fetore nauseabondo.
Facendosi leva coi gomiti Lara si raddrizzò a terra, incapace di credere a quanto era appena avvenuto davanti ai suoi occhi. Adesso era sola…con la luce. Come qualcosa di vivo le girava attorno, indugiando in attesa. Finchè non entrò in lei, con una propria volontà, ma senza danno. Girava sempre più veloce e sempre più vicina. E lei vi allungò la mano dentro. Era calda e rassicurante e lei si sentì euforica…come trascinata in quell’impossibile turbinio, che le aveva salvato la vita. La luce subito le avvolse la mano, senza aggredirla e da qui risalì sulle braccia... Allora si immerse ancora di più in essa, sicura che non le avrebbe fatto alcun male. Quasi non si accorse di esserne ora completamente avvolta. L’ultimo suo briciolo di coscienza la fece urlare, con tutte le sue forze, fino a quando l’eco della sua voce non si spense di botto nell’oscurità. La luce era andata.
Un secondo dopo un barbone si affacciò all’imboccatura del vicolo deserto. Brontolò a voce alta fra sé, passandosi una mano fra i capelli unti e quindi sfregandosi forte gli occhi. Eppure aveva sentito un urlo. Tracannò l’ultimo sorso nella bottiglia e la lasciò quindi cadere a terra in un frastuono di vetri rotti…forse era ancora troppo lucido. Starnutì rumorosamente e decise di essersi immaginato tutto; brutta cosa non riuscire a dormire quella notte. Le membra rese pesanti dalla troppa stanchezza e dal troppo alcool tornò sui suoi passi…alla ricerca di una nuova bottiglia. Avrebbe dovuto esserci ancora un vecchio goccio nel suo nascondiglio lì vicino. Barcollando vistosamente sulle sue gambe uscì dal vicolo. Non poteva certo vedere un mucchietto di cenere grigia che il vento scompigliava tra i vetri rotti sul lastricato.